Joseph si svegliò di soprassalto. La fronte era madida di sudore, la canottiera gli si era appiccicata alla schiena e sulla pancia ormai aveva un panno caldo e umido. Con la coda dell’occhio guardò verso la sveglia. Erano le quattro e mezza di notte, e già sapeva di poter abbandonare ogni speranza di riprendere il sonno.
Si stirò nel letto, cercando di scalciare e di scrollarsi di dosso l’ultimo strato di coperte, quello più pesante. Dopo un po’ di tentativi rimase con il fianco ed il braccio sinistri completamente allo scoperto e al freddo. Ora la temperatura media del suo corpo era di nuovo accettabile e poteva rimanere nel letto, immobile, a pensare.
Aveva la bocca completamente impastata e la lingua era felpata, quelle stesse sensazioni di quando, da ragazzino, faceva bisboccia e si ubriacava con gli amici. Tutta colpa di quei tre bicchieri di rhum di basso livello; non che lui sapesse distinguere un rhum buono da uno scadente, ma quello di sicuro non valeva più di dieci euro la bottiglia. Nella pesantezza delle braccia sentiva ancora la ciucca della sera precedente, e già presentiva il mal di testa del giorno successivo. Maledetto rhum, maledetto vino bianco, e maledetta tutta quella carne con cui li aveva accompagnati.
La serata era andata la di là di ogni più rosea aspettativa. Era passato a prendere le ragazze verso mezzanotte, in un alto edificio sul Lungotevere. Eleonora era una mora di circa un metro e settantacinque; indossava un tailleur nero molto attillato e scarpe rosse con tacco a spillo in acciaio. Salendo sulla Volvo, aveva portato con sé uno sgradevole odore di muschio bianco, intriso ai suoi vestiti e ai lunghi capelli color carbone. Lucy aveva un vestito corto molto leggero, in seta, con disegni floreali nella parte superiore e un motivo optical in bianco e nero nella parte inferiore.
Dovevano avere aspettato lungo il ciglio della strada per almeno mezz’ora, e ora il loro fiato era un misto di odori di tabacco e chewing gum, come se avessero fumato quelle sottili sigarette alla menta, ma forse lo avevano fatto per davvero.
Lo chauffeur aveva aperto la portiera della Volvo con una mossa al contempo secca e gentile e le due donne si erano accomodate all’interno senza dire una parola, sistemandosi le pieghe del vestito al di sotto delle gambe e cercando di assumere una posizione comoda ed elegante.
Joseph studiava ogni mossa, seduto nel suo angolo scuro. La macchina si avviò per una serie di strette vie piene di traffico, per poi immettersi in un grande vialone alberato che conduceva fuori città. I sedili in pelle gli trasmettevano una situazione di calore e di benessere in cui affondare la propria stanchezza, e la radio trasmetteva musica da aeroporto a basso volume.
-“Dove stiamo andando?” , chiese Eleonora.
La domanda rimase sospesa a lungo all’interno dell’abitacolo, si affievolì rimbalzando sui sedili in pelle e poi fu risucchiata all’esterno attraverso il finestrino posteriore, che Joseph aveva aperto di poco per fare uscire l’odore del muschio.
-“Niente parole, eh? Ok, Ok”, e si mise a suo agio sul sedile, allungando le gambe verso lo spazio centrale. Estrasse dalla borsetta la scatola dei trucchi e iniziò un’attenta operazione di maquillage, senza più curarsi di quanto accadesse intorno a lei.
La macchina scura imboccò un sottopassaggio e da qui si immise in una strada a quattro corsie che portava in periferia. Sulla destra sfilava a gran velocità una sequela di capannoni, stabilimenti industriali, grandi magazzini in perenne svendita; sulla sinistra i pioppeti si alternavano a baracche isolate o interi campi nomadi. Le roulottes con le luci ed i falò ancora accesi a un’ora improbabile della notte rendevano il lato destro più gradevole e accogliente, e Joseph concentrò la propria attenzione sui pois delle tendine ai vetri, sulle antenne radio delle mercedes, sulle tavolate all’aperto, materializzando quei particolari che non poteva vedere: i bagni del campeggio, le code per fare la doccia, il fumo delle grigliate di pesce, l’umidità mattutina che copre di goccioline ogni cosa e che entra fin dentro le ossa.
Senza bisogno di alcuna indicazione o cenno d’intesa, l’autista svoltò in una stradina sterrata, fece ancora un centinaio di metri e poi si fermò in una piazzola piena di rifiuti alla base di un cavalcavia, nascosta da una rete dallo sguardo delle macchine che sfrecciavano sulla tangenziale.
L’autista armeggiò alcuni istanti con il lettore cd, poi uscì dal veicolo e si incamminò verso la rete metallica, abbottonandosi il bavero del soprabito e accendendosi una sigaretta.
All’interno dell’auto, Joseph allungò la mano destra verso la coscia di Lucy, mentre Eleonora faceva scivolare lentamente la sua dalla finta pelle della borsetta, a quella lucida dei sedili, a quella calda di Joseph.
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